Archive for gennaio, 2009

gennaio 31, 2009

Cercano proprio me

Una delle utilità che può avere un contatore web messo sul proprio blog è quella di poter capire cosa cerca chi arriva qui dai motori di ricerca.
Fino a qualche mese fa la voce più gettonata era “Linkem”. Mi sono spesso occupato, infatti, del malfunzionamento della connessione offerta da questo operatore.
Da quasi un anno ho cambiato operatore (sono passato ad Eolo) e di Linken non scrivo più, eppure c’è ancora chi capita sul mio blog facendo quella ricerca.
Ora la voce più ricercata fra quelle che portano i navigatori a leggere le mie pagine è la parola “ruspe”. Stranissimo! Solo una volta ho usato il termine “ruspe” in un titolo eppure quasi il 30% degli utenti di Google capita da me sperando di trovare chissà quali notizie sulle ruspe. Chissà che delusione per loro!
Certamente non saranno troppo delusi quelli che cercano notizie sull’Unione dei Comuni della valtenesi. Questi navigatori sono numericamente in crescita.
La notizia che mi ha lasciato sorpreso è che da qualche mese, in forte ascesa, arriva sul mio blog chi proprio cerca me. La chiave di ricerca “david vetturi blog” o “laltrasanfelice” sono oltre il 10% dei motivi di ricerca che portano un lettore a visitare il mio blog.
Beh, mi pare una buona notizia, ma il dubbio mi resta: come mai cercano proprio me? Come mai sono così “interessante” per qualcuno?
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gennaio 28, 2009

Attacco in corso all’Università Italiana

E’ in corso un pesante attacco, che utilizza i mezzi di informazione, all’Università Italiana. E’ un attacco giustificato? Quali obiettivi si propone? Quali effetti può avere? Cosa si può fare?
L’attacco, così come è stato condotto, non è giustificato. L’Istituzione Università italiana è una tra le migliori al mondo e la prova è la cosiddetta “fuga dei cervelli”. I cervelli fuggono anzitutto perchè ci sono laureati ben preparati, dalla scuola italiana nel suo complesso e dall’Università in particolare; fuggono perchè qualcuno, da altre parti, è pronto ad accoglierli; fuggono perchè l’Italia è ormai in grave fase di imbarbarimento, cominciando dalla casta politico-sindacale (sinistra, destra e centro), per finire all’analfabetismo di ritorno molto diffuso (come denunciano le statistiche dell’ISTAT). La fuga dei cervelli non è (solo) colpa dell’Università ma dei governi (“bipartisan” nel tagliare fondi), che all’Università non hanno fornito i mezzi per assorbire i giovani che vorrebbero entrarvi per fare ricerca. È colpa delle grandi e medie aziende, che non investono in ricerca e preferiscono comprare brevetti all’estero. È colpa dei mezzi di informazione, che scelgono (o ne sono costretti) di parlare di delitti e di “reality show” piuttosto che dei drammatici problemi del Paese. La Cultura italiana resta, peraltro, concentrata nelle sue Università; i ricercatori e i docenti universitari amano il loro lavoro e lo fanno non certo per speculare, ingannare, spadroneggiare, bensì per creare e diffondere la Cultura. Tra gli universitari non impera il sistematico conflitto di interessi, come invece accade nella casta. La continua riduzione dei finanziamenti ordinari e dei fondi di ricerca sta minando alle basi la funzione istituzionale dell’Università italiana, deputata all’alta formazione e, con la ricerca, al sostegno dello sviluppo del nostro paese: un paese che sembra aver imboccato la strada di un profondo sottosviluppo culturale, che nessuno appare in grado di arrestare.
Detto questo, non intendo negare che esistano nelle Università episodi di malcostume, di nepotismo, persino a volte di corruzione. Ma si tratta di pochi casi su un totale di 50.000 circa tra ricercatori e docenti universitari: molto al di sotto della media nazionale in tutti gli altri settori e nulla al confronto della situazione della casta, la quale, sfacciatamente, si difende vietando alla magistratura autorizzazioni a investigare su possibili delitti di suoi membri (sinistra, centro, destra, tutti amici per la pelle). Se una accusa può essere rivolta all’Università è quella di non aver saputo auto-riformarsi per evitare anche quei pochi casi, per non aver isolato quei baroni che pretendono concorsi blindati per i propri parenti. Inoltre, purtroppo, gli organismi di autogoverno dell’Università hanno attuato, negli ultimi anni, una politica timida e ondivaga e il corpo docente, pauroso nell’affrontare la sfida della costituzione di un modello formativo unitario a livello europeo, non ha saputo esprimere proposte concrete né mettere in atto validi sistemi di autovalutazione. Troppo spesso gli intellettuali italiani, non solo nell’Università, hanno affiancato il potere politico per proprio interesse, non per l’interesse del Paese.
Per evitare attacchi bisogna pretendere la trasparenza in tutto e il ricorso solo a regole uguali per tutti e mai a “leggi non scritte”. Ma bisogna anche che la casta politica finisca di produrre, ad ogni cambio di lobby, riforme dell’Università, scritte, spesso frettolosamente, con il solo risultato di renderla sempre meno efficiente. Ricordiamo la scelta del ministro Luigi Berlinguer (1) di sopprimere i concorsi universitari a carattere nazionale, sostituendoli con altri a carattere locale, favorendo così concorsi facili da pilotare per chi volesse far vincere un protetto (parente o raccomandato). Ricordiamo anche la scelta del ministro Letizia Moratti di prevedere come risultato dei concorsi, oltre ai vincitori, un alto numero di idonei, riempiendo così le Università italiane di persone in attesa di essere “chiamate” da una sede, frustrate e in posizione di ricattare l’Università che li ospita (“o mi chiamate o faccio solo il minimo dovere secondo il contratto”). Così per anni furono banditi solo pochi concorsi, per assorbire gli idonei, e fu chiusa l’Università ai giovani di valore, cioè proprio quei cervelli che poi fuggirono e fuggono in massa. Ma, attenzione: i problemi dell’Università non si esauriscono con i problemi dei concorsi. I docenti universitari, che gestiscono un’Istituzione così importante per lo sviluppo del Paese, che hanno avuto grandi risorse per perseguire gli obiettivi di istruzione e di ricerca, devono rendersi conto che le classifiche mondiali sulla capacità innovativa dei Paesi dimostrano che gli obiettivi sono stati in qualche misura mancati. Chiediamoci, ora, quali obiettivi si prefigge l’attacco all’Università. La filosofa politica Hannah Arendt, nel suo saggio “Le origini del totalitarismo” (pubblicato in Italia nel 1967 e riconosciuto dagli storici come un importante testo di riferimento per lo studio dei totalitarismi in Europa nel XX secolo) individua, tra le caratteristiche del totalitarismo, la designazione di “un nemico assoluto”. L’altro ieri il nemico assoluto era l’attuale Presidente del Consiglio; ieri il nemico assoluto era il comunismo. Poiché tutti gli italiani avevano rapidamente compreso che queste erano solo barzellette, tanto per nascondere la pochezza delle argomentazioni dei governi e delle loro maggioranze, oggi “arguti” consiglieri hanno individuato (2) un nuovo nemico: l’Università. L’Università significa gli intellettuali (3), significa chi fa cultura e con adeguata cultura valuta le scelte del Governo. Non sto dicendo che il governo attuale sia una copia del totalitarismo fascista (4): sostengo che certamente l’attacco all’Università come Istituzione contribuisce al tentativo di far dimenticare realtà gravissime, come il fatto che la crisi la sta pagando la maggioranza debole del Paese e non chi l’ha provocata (speculatori; evasori fiscali; delinquenza organizzata; sfruttatori del lavoro a basso costo, che hanno spostato la produzione in paesi a basso reddito pro capite e le sedi aziendali nei paradisi fiscali; “furbetti” che stanno rialzando la testa; palazzinari; manager incapaci; raccomandati, spesso inetti; e altri ancora, pronti ad appoggiare qualunque maggioranza dia loro spazio). I tagli alla scuola, dalle elementari alle Università, si fanno per coprire il buco lasciato dalla propagandistica abolizione dell’ICI, dal costo dell’operazione Alitalia, dal ridotto impegno contro l’evasione fiscale (5); si fanno per non chiedere una tassazione straordinaria sui redditi superiori a € 100.000 all’anno (6) (le uniche aziende che non si accorgono della crisi sono quelle del lusso), ai quali un precedente governo, con la stessa maggioranza di oggi, aveva regalato sconti rilevanti; si fanno per continuare a tassare con un ridicolo 12,5% i guadagni della speculazione. Ma il governo sa che la maggioranza dei suoi elettori è costituita da cittadini onesti, anche se un po’ sprovveduti e molto abbindolati da una propaganda fatta di promesse poi non mantenute: deve inventare i nemici, cause di tutti i mali che affliggono il Paese. Ecco l’attacco pilotato all’Università, come pilotati sono stati gli attacchi agli altri immaginari nemici (2).
Drammatici possono essere gli effetti di questo attacco. Germania e Francia rispondono alla crisi investendo nella ricerca, senza peraltro rinunciare a riformare le loro istituzioni di ricerca, universitarie e non. Ridurre il già molto basso finanziamento alla ricerca in Italia significa avviare il Paese verso l’essere uno dei primi tra quelli sottosviluppati, fatto che forse piace alla casta, considerata dai paesi più evoluti come una delle più inefficienti e corrotte (si vedano i tanti articoli sull’argomento pubblicati da prestigiosi quotidiani stranieri e la recente indagine di Transparency International, che colloca l’Italia al sesto posto, per corruzione, tra i 25 Paesi della UE). Solo così la casta avrà la possibilità di emergere tra i nuovi pari. Ma i Paesi in via di sviluppo sono in crescita e presto ci supereranno; poco male: la casta ci porterà più in basso, per confrontarci con Paesi ove si muore di fame.
La chiave del futuro è nella ricerca, che produce conoscenza e innovazione: non nel rilancio dei consumi (cioè viva il consumismo, anche se non si hanno soldi!), visto che dai consumi scriteriati, e dalla speculazione che li ha sostenuti, è nata e si è propagata la crisi. È Cultura nel Paese, sola strada per arrivare a comprendere la necessità vitale di rivoluzionare i valori della qualità della vita: dal consumismo al rispetto profondo per l’ambiente; dallo spreco all’attenzione per l’essenziale; dal disinteresse per la cosa pubblica alla partecipazione attiva. La crisi è mondiale e va governata a livello mondiale; esattamente l’opposto di quanto sta facendo il governo che, per difendere interessi di pochi (amici), arriva a schierarsi contro l’Unione Europea su problemi di tutela dell’ambiente, peraltro vitali, perché dalla loro soluzione dipende letteralmente la vita dei nostri figli e nipoti.
Si fanno tagli alla ricerca e all’istruzione e si distribuiscono sostegni alle banche e alle imprese, senza chiedere nulla in cambio. Perché non si pretende dalle banche e dalle finanziarie trasparenza, sostegno alle aziende che producono sul territorio nazionale e generano innovazione ecologica? Ma soprattutto si sostiene che per la ripresa dell’economia si devono rilanciare i consumi, anche quelli che rappresentano solo mode e sprechi. La crisi ha dimensioni tali da giustificare strategie di ben più ampio respiro, proiettate sul lungo periodo, mirate a un nuovo modello di vita, basate in primo luogo su un lungimirante piano energetico europeo. Oggi si può ambire alla copertura dei fabbisogni mondiali di energia tramite fonti rinnovabili non inquinanti: lo dimostra la conversione in atto nelle aziende della leggendaria Silicon Valley. I signori dell’innovazione nella società dell’informazione, tra i quali hanno fatto fortuna Bill Gates e altri, oggi investono sul solare; i loro piani guardano a quello che sarà il mondo tra 40 anni e si avviano, coerentemente, con investimenti nella ricerca. Sono le aziende a farlo, cioè chi giustamente mira anche a creare profitto. Prodotti innovativi ecocompatibili rappresentano, oggi, una grande opportunità di crescita, soprattutto per le aziende.

Editoriale di Sergio Sartori – TuttoMisure – Gennaio 2009
NOTE

(1) L. Berlinguer è il ministro al quale si deve la separazione tra Università e CNR, con la condanna del CNR a rapido regresso strutturale e culturale, e il passaggio del coordinamento nazionale della ricerca alla sovente inetta burocrazia ministeriale. Da allora è il ministro a presentare al Parlamento la relazione annuale sullo stato della ricerca, mentre prima questo compito spettava al Presidente del CNR, sentiti i Comitati Nazionali di coordinamento della ricerca, da allora soppressi. Erano l’unico organismo liberamente eletto da tutti i ricercatori italiani, dei settori pubblici e privati.

(2) Tante sono state le “invenzioni” intermedie di nemici: gli extracomunitari, gli scippatori da strada, le prostitute da marciapiede, i fannulloni di stato, gli insegnanti medi e, prima fra tutti i nemici, la magistratura…
(3) Intellettuali sono anche gli studenti che hanno recentemente dimostrato, pur con alcune ingenuità, di sapere affrontare i problemi con una visione temporale di anni.
(4 ) È pur vero che il controllo dei mezzi di comunicazione di massa (TV e giornali) e il via libera a squadracce di picchiatori, che si dichiarano fascisti, sono altri gravi sintomi di deriva totalitaria.
(5) Le stime degli economisti valutano le tre voci citate da 12 a 15 miliardi di euro, cioè poco meno di un punto del PIL di un anno…
(6) Ricordiamo i recenti dati forniti dall’ISTAT: il 10% delle famiglie italiane possiede (proprietà mobiliari e immobiliari, risparmi, stipendi, ecc.) il 50% della ricchezza del Paese. Essendo tale ricchezza totale pari circa a 8512 miliardi di euro ed essendo gli italiani circa 60 milioni, ciò significa che i 6 milioni di “ricchi” possiedono in media ciascuno € 710000 circa, mentre i restanti 54 milioni possiedono in media ciascuno € 79000 circa.
gennaio 27, 2009

Si riparte … di nuovo

Bindi: Pd a rischio. Letta e Rutelli sbagliano tutto
di Aldo Cazzullo – da Corriere della Sera

Rosy Bindi, da tempo non si esprime sul Pd. Anche lei crede che sia in pericolo?

«Vedo sensibilità molto diverse su questioni fondamentali. Ieri Gaza. Oggi l’accordo sui contratti. Enrico Letta approva e afferma che siamo nel solco del governo Prodi. Sbaglia: noi l’accordo non lo siglammo, mai l’avremmo fatto senza la Cgil, e poi non eravamo in un periodo di crisi drammatica. Veltroni dice che l’accordo va bene ma la Cgil andava ascoltata. Sbaglia anche lui: in questi casi il metodo è il merito. Io sto con Ciampi: dividere i lavoratori in una fase come questa è imperdonabile, e il Pd deve denunciarlo, con una voce sola».
Obiettivo remoto.
«In campo ci sono due strategie. Coloro che considerano il Pd come il compimento dell’Ulivo: un partito plurale, che però sa trovare una sintesi. E coloro che concepiscono il Pd come un partito di sinistra, che ha metabolizzato qualche cattolico democratico tipo la Bindi, che va benissimo perché è più a sinistra di qualcun altro; con pochi che vanno verso Casini, e tanti che vanno verso Vendola. Non a caso da una parte si vagheggiano nuovi partiti di centro, dall’altra Rina Gagliardi propone di fare un bel partito di sinistra con D’Alema».
E lei, Rosy Bindi?
«Io continuo a credere nel progetto del Pd: l’inadeguatezza di una classe dirigente non deve cancellarlo. Di solito mi chiedono di parlare di Moro e Berlinguer; l’altro giorno invece mi hanno invitato a un convegno sul primo centrosinistra, e ho dovuto prepararmi su Moro e Nenni. E ho avuto la conferma che, ogni qualvolta si è tentato di unire i riformismi italiani, il progetto ha sempre avuto dei nemici. Anche il progetto del Pd ha molti nemici, esterni e forse non solo. Per questo lo dobbiamo difendere».
Veltroni lo sta facendo in modo adeguato?
«Penso tuttora che Veltroni sia l’interprete più autentico del progetto originario. Però la sintesi è compito suo. E la sintesi non si fa con il “ma anche”, né imponendo una posizione egemonica su un’altra».
L’egemonia pare quella degli ex diessini.
«Ma io non accetto che, non riuscendo a far valere le proprie idee dentro il proprio partito, si debba cercare altrove la forza che non si ha. In ventiquattr’ore abbiamo scelto di mettere fine all’Unione; ora sarebbe sbagliato scegliere in ventiquattr’ore di ricreare l’unità a sinistra, come dicono alcuni ex diessini, o di allearci con l’Udc, come sostengono Letta e Rutelli. Non ha senso affidare il moderatismo all’accordo con altri: alla Cisl che sigla la riforma dei contratti, all’Udc che a Trento si allea con noi (per poi schierarsi con Berlusconi in Abruzzo e in Sardegna). Così come è sbagliato affidare i valori cristiani alle intemperanze dei teodem. Se i cattolici hanno bisogno di Buttiglione per contare nel Pd, significa che hanno fallito».
Parisi e i prodiani hanno assunto una posizione molto polemica verso il Pd.
«Innanzitutto, nessuno è più prodiano di un altro. Prodi è Prodi. Non è ammutolito, scrive editoriali importanti sull’economia; nessuno può parlare a nome suo. Per me è di Prodi solo quel che firma Prodi».
Quanto a Parisi?
«La nostra idea del Pd resta la stessa. Ma il suo atteggiamento non è produttivo. Limitandosi alla polemica e chiamandosi fuori dai momenti decisionali nella vita del partito, si preclude la possibilità di incidere».
Di Pietro vi sta portando via i voti degli antiberlusconiani duri e puri.
«A Di Pietro un po’ di umiltà non farebbe male. L’alleanza con lui è stata stretta dagli stessi che teorizzavano la vocazione maggioritaria. Ora stiamo attenti sia a non diventare subalterni a Di Pietro, sia a non trasformarci in una brutta copia della destra. Ad esempio sarebbe un grave errore farci trascinare a un accordo per vietare le intercettazioni, ascoltando Berlusconi che parla del “più grande scandalo” della Seconda Repubblica. Non vorrei diventasse il più grande mistero: un uomo che controlla 350 mila persone non è un semplice consulente di De Magistris».
I teodem non sono alleati ma fondatori del Pd.
«Un partito riformista non si di- vide in clericali e ribelli. Sa dialogare tutto insieme con la Chiesa, come hanno saputo fare Sturzo, De Gasperi, Moro, Bachelet».
Marini pare molto insoddisfatto degli allievi che ha messo ai vertici del partito, Franceschini e Fioroni.
«Non è la prima volta che Marini non è contento delle persone su cui ha investito. Si è fidato di Martinazzoli, di Buttiglione, di D’Alema, di Rutelli, e ogni volta si è ricreduto. Se non altro sa cambiare idea…».
Da cattolica e da ex ministro della Sanità, cosa pensa del caso Eluana e dell’intervento della Bresso?
«C’è una sentenza. Va applicata, nel modo più discreto possibile: le strutture sanitarie in Italia sono in grado di farlo. Per questo la Bresso ha sbagliato a dirlo. Ma l’intromissione del governo è inaccettabile: il dovere della politica è semmai fare una legge che regoli il testamento biologico senza introdurre l’eutanasia. E paradossale che il Pd si laceri nelle proprie divisioni anziché rilanciare il progetto e dare un contributo al Paese proprio nel momento in cui Berlusconi conferma la sua inadeguatezza».
Vedi il sito Democratici Davvero
gennaio 25, 2009

RPS e l’arcipelago della sinistra italiana

Con la nascita di RPS – Rifondazione per la Sinistra – voluta da Vendola, o meglio “Movimento per la Sinistra” si è consumata l’ennesima frantumazione della sinistra italiana.
Lo dico con estremo dispiacere, sincero dispiacere, pur avendo io un punto di vista personale diverso, ma sempre da sinistra.
In Europa esistono due realtà: il gruppo socialista e quello comunista o di sinistra radicale.
In Italia non si riesce a costruire quello che è ovvio in tutta Europa e la sinistra si frantuma in un arcipelago di 1000 realtà.
Non riesco nemmeno a contare tutte le sigle, i movimenti e i partiti che ci sono a sinistra del PD. C’è Rifondazione Comunista, Sinistra Democratica, Comunisti Italiani e ora Rifondazione per la Sinistra, tutte costole del PCI. Ci sono poi “gli altri comunisti”: il Partito Comunista dei Lavoratori (0.57%) e Sinistra Critica (0.46%) che alle elezioni di aprile 2008 hanno preso circa l’1% dei voti.
Insomma un bell’arcipelago variegato che non riesce a trovare un’identità comune e un vero nocchiero.
E’ un vero peccato!
gennaio 24, 2009

Il cambiamento che non c’è stato

Non sono molto fantasioso oggi ripresentando oggi quello che ho letto sul blog di Andrea Locantore.
E’ una lettera al giornale di un bresciano deluso, ma non rassegnato.
Per ragioni professionali, direi, ma anche di impegno civile seguo, ora solo sui giornali locali, l’attività politica cittadina da diverso tempo. Come lei sa ho svolto per qualche tempo, saltuariamente, il ruolo di commentatore sui giornali. Un commentatore “di parte”, in qualche modo, come è noto a molti in città. Ho 43 anni, provengo da una famiglia che ha avuto a che fare con la politica per diversi anni, fin da quando mio nonno si impegnò nella Resistenza, io stesso insegno materie politiche in Università.
Ebbene, non mi ricordo – e non ho memoria – di aver assistito ad un arretramento dell’attività e della proposta politica del centro-sinistra in città, come si vive oggi in questo tempo.
Lo scrivo senza enfasi, o nostalgia per il tempo passato, atteggiamento questo che non mi appartiene, ma per un’imbarazzante constatazione quotidiana di quello che sta avvenendo anche a livello nazionale.Il Partito democratico e gli altri partiti del centro-sinistra bresciano hanno sperperato anche quell’ultima piccola porzione di patrimonio umano e politico, di intelligenze, che forse era rimasta anche nella nostra realtà.
Del resto, era abbastanza prevedibile. Quando i partiti bresciani del centro-sinistra, soprattutto quello democratico sono governati dalle stesse oligarchie da quasi vent’anni, oppure quando il partito che regge l’Amministrazione cittadina, compresi coloro che ricoprono le cariche in comune al più alto grado, non si occupa di costruire dei gruppi dirigenti, ma di costruire gruppi ristretti, appunto oligarchie, oppure quando il fare politica si limita ai conflitti tra i dirigenti e, bene che vada, alle continue polemiche del segretario di partito sui giornali, alla fine qualcosa succede; o forse no.
Il silenzio della cosiddetta “intellighenzia” bresciana certo non è incoraggiante, così come non lo è il silenzio di quei tanti militanti, il patrimonio, appunto, che ormai inermi nei confronti delle oligarchie lascia che queste decidano, come stanno facendo, o come stanno tentando di fare, di distruggere in maniera decisiva anche la ormai piccola eredità depositata nel tempo. Quale spazio si è dato alle giovani generazioni, quale spazio si è dato a tutti quei giovani, e anche meno giovani, che dagli anni novanta in poi hanno provato a dedicarsi, senza riserve, all’impegno politico e che sono stati allontanati. La politica è anche il ricambio dei gruppi dirigenti dei partiti ed anche saper rassegnare le dimissioni quando si perde, e a Brescia si è perso in modo drammatico. Ma, come è noto, l'”oligarchia” se è oligarchia, non può dimettersi da sé stessa e quindi “minimizza”, “resta coperta”, non si espone, poi, passata la buriana, si ripresenta e continua come se niente (quasi niente) fosse, pronta per legittimarsi di nuovo alla guida del partito.
Scrivo cose sgradevoli, probabilmente sì, ma è sgradevole ormai – e non è solo il caso bresciano, ma è certamente nazionale – l’atteggiamento dei dirigenti del Partito democratico, il loro modo di agire i loro scialbi interventi, il loro sentirsi colonnelli o generali di truppe che non ci sono più, la loro politica minimalista. Altro che “democratici”. La democrazia si vede anche nelle forme di organizzazione del partito e non bastano le primarie, altro che il richiamo ad Obama o alle tradizioni politiche degli Stati Uniti, che mi sembra non conoscano affatto.
Il mio non è uno sfogo, come forse può sembrare, così come non è un invito alla mobilitazione dal basso verso l’alto, ci mancherebbe, ma è semplicemente una constatazione di una persona professionalmente interessata a questi problemi, che non rinuncia a criticare una situazione drammatica che dovrebbe chiamare in causa l’operato discutibile di molti dei dirigenti politici del Centrosinistra bresciano.
Certamente anche stavolta coloro che si sentiranno aggrediti dopo la lettura di questa lettera alzeranno le spalle e penseranno al solito intellettualucolo che vuol darsi arie, chiuderanno il giornale e serenamente andranno alla riunione di partito per prepararsi alle prossime elezioni provinciali o a Roma alla riunione del Parlamento.

Leonida Tedoldi, cittadino bresciano, docente dell’Università degli studi di Brescia

gennaio 19, 2009

Change

Ieri al Lincoln Memorial di Washington c’è stato un grande concerto per l’insediamento del nuovo Presidente. Ho visto con piacere Springsteen e gli U2 con Bono spendersi per festeggiare l’insediamento di Obama.


Mi piace vedere che artisti che non hanno certamente bisogno di salire sul carro del vincitore per rimettersi in gioco credano talmente tanto nella speranza di un nuovo corso della storia da spendersi pubblicamente in un evento del genere.
Staremo a vedere se da domani davvero le cose cominceranno a cambiare, sottolineando che il vero slogan di Obama in campagna elettorale era CHANGE!, non il mal tradotto “Yes we can” veltroniano.

gennaio 11, 2009

La questione morale e il PD … e altro

Forse è venuto il momento di ricordare a chi ci rappresenta così indegnamente a livello nazionale che siamo stanchi di assistere a questo teatrino vergognoso che ci rende ridicoli al mondo intero.
Abbiamo lavorato un anno intero per scrivere lo statuto e il codice etico e trovo ridicolo oggi vedere come entrambi siano completamente disattesi.
Partendo dal presupposto che fare politica è un servizio che si rende ai propri elettori e al partito a cui si appartiene, e non una attività necessaria perché prescritta dal nostro medico di fiducia, trovo assai semplice definire il comportamento di quei politici del PD che si trovano coinvolti in indagini della magistratura:
a) se si viene coinvolti in indagini per reati gravi è necessario in prima istanza auto sospendersi dal partito
b) se si arriva al rinvio a giudizio ci si dimette da tutti gli incarichi pubblici e di partito
c) se si è condannati in via definitiva si è automaticamente fuori dal partito
d) se si è assolti si procede al reintegro nel partito e si avrà nuovamente la possibilità di accedere ad incarichi pubblici.
Non c’è altro da dire. La questione morale è tutta qua. Molti diranno che questo è un discorso giustizialista io invece credo sia semplicemente una questione di assunzione di responsabilità.
Se davvero vogliamo dare al paese un segnale forte di cambiamento e di discontinuità questo è il comportamento che dobbiamo perseguire.
Chiedo ai nostri politici di spiegarci perché ogni giorno lavorino contro il PD e i suo futuro:
La Iervolino che registra gli incontri coi dirigenti del suo partito perché non si fida, che non si dimette nonostante alcuni componenti della sua giunta siano indagati per appalti truccati, per chi sta lavorando?
A Bassolino che continua a sostenere di rimanere per senso di responsabilità chiedo cosa mai potrebbe fare in questi pochi mesi che gli rimangono, uno che in venti anni di politica ai massimi livelli non è riuscito a risolvere i problemi di Napoli e della Campania (anzi forse li ha peggiorati)? Perché non si dimette?
A Mantini che si lamenta per la reazione di Fassino, non saprei che dire è talmente disarmante la sua ingenuità che mi chiedo chi lo ha eletto e messo nel posto che occupa. Dal resoconto del Corriere della Sera: “Mantini spiega che il problema nasce dal fatto che nell’intervista a “Libero” aveva contestato la gestione economica del partito perché, e ribadisce il suo ragionamento, siccome molti circoli del Pd sono nelle «ex sezioni dei Ds, che ora sono diventate proprietà delle fondazioni della Quercia, siamo al paradosso per cui il Pd paga i Ds, li finanzia, fa in modo che continuino ad esistere». Per Mantini questo è uno dei problemi per cui il Pd stenta a nascere.”
Non entro nella questione di chi ha torto o ragione dico solo che con gente simile le speranze di governare questo paese sono ridotte al lumicino.
Veltroni dove sei?
Un saluto democratico a tutti.
Massimo
Massimo (Balliana) mi aiuta a ragionare sul PD nazionale. Domani (lunedì 12) sera andrò al coordinamento del Circolo del PD di San Felice con quale spirito? Di questione morale a San Felice non si parla, ma …
Si tratterà di “trovare” un nuovo coordinatore. Si tratterà di proporre un candidato sindaco per le prossime amministrative dove i contendenti sono l’attuale sindaco uscente che ha amministrato con mediocrità perdendo strada facendo i pezzi migliori della sua squadra (ad oggi pare che nessuno dei consiglieri uscenti sia disposto a ricandidarsi, e se lo farà non sarà con lui) e il vecchio sindaco che, dopo 14 anni di amministrazione in prima persona, 10 passati da assessore e 5 da “semplice” consigliere comunale (solo perché la legge non gli consentiva di essere rieletto) vorrebbe riprovare l’ebbrezza di essere di nuovo lui a comandare (come se avesse mai smesso di essere il baricentro delle operazioni amministrative di San Felice in questi 5 anni!).
Con che spirito andrò????
gennaio 6, 2009

il Presepio di Portese

Anche quest’anno con Daniele e Diego ci siamo cimentati nel preparare il Presepe a Portese. Abbiamo provato a riproporre il nostro lago con tanto di Rocca di Manerba e Monte Baldo. Diego ha voluto proporre anche la nostra chiesa parrocchiale e Daniele è stato l’artista delle casette. Io, da bravo ingegnere, ho pensato a “far star su” la struttura.
A me non dispiace come è venuto e, tenendo conto dello sforzo che è stato fatto per ritagliare il tempo nei mille impegni di lavoro di ciascuno direi che è molto piacevole.
Appuntamento ora al presepe del Natale 2009, non prima di aver dedicato un paio di sere a smontare il tutto!
gennaio 1, 2009

2009

Il 2009 è iniziato con la neve. Speriamo che sia un anno positivo!